
Suona un’ultima volta la campanella. È l’inizio di una nuova vita. Mi avvio lento verso l’uscita,triste ed emozionato come un gladiatore che si appresta a buttarsi nella mischia. Eccomi nell’arena. Istintivamente alzo la testa per scrutare il cielo. Piove ma il sole combatte per guadagnare.tra i pochi spiragli concessi dalle nubi,spazio. Ne nasce uno spettacolo paradossale. Toc toc. Alla mia porta si insinua la fragilità a cui però decido di non aprire.essendo in questo momento l’alleata di cui ho meno bisogno. E pur di eluderla mi eclisso,perdendomi nelle sensazioni che la natura ispira. Scompaio per un attimo. Per il mondo non ci sono. Con o senza di me continua comunque a piovere. A piovere sul bagnato,per il mare quell’acqua è solo un dettaglio. A piovere sul deserto,che non aspettava altro che essere consolato. A piovere sugli innocenti e sugli egoisti. A piovere sui pedoni,e sulle macchine. A piovere su ogni cosa e ogni persona senza distinzione. E allora con innocenza mi chiedo perché non siamo tutti uguali,se non davanti al tribunale dell’inferi. Una risposta interessante mi sorge altrettanto spontaneamente. Per non lasciare che la mia utopia rimanga inascoltata,la scrivo su un pezzetto di carta che prometto di affiggere al primo muro che avrei trovato. È assurdo avere la pretesa di cambiare il mondo,se non si parte smuovendo chi ci sta attorno. Faccio qualche passo in avanti e mi imbatto in un enorme pozzanghera. Prima di girarle attorno,mi ci specchio. E subito nuovi pensieri mi riconducono nel passato, alla ricerca di quei frammenti andati perduti. Di quelle briciole che ho lasciato per strada,e che ora affamato come sono vorrei recuperare. Chiudo gli occhi. Dall’aria che tira mi rendo conto di non essere più fuori scuola. Mi accorgo di star rivivendo in terza persona quel giorno di pioggia un po’ strano,l’ultimo di me e di te. Anche quell’oggi con il sole pioveva. E pioveva sulle nostre mani che si uniscono. E pioveva sui nostri volti pallidi che si riconoscono un’ultima volta. È il tempo dei saluti al retrogusto amaro di addio. Alla stazione un treno fischia,non sarà il tuo,ma mette comunque tristezza. Rallento i movimenti,rubo un po’ di sabbia al tempo pregandoti di non andar via. Ma tu ormai hai deciso,non ci sarà un biglietto di ritorno. Ti guardo inzuppato di amarezza mentre abbassi gli occhi. Non hai il coraggio di dirmi quella verità che io già conosco,quindi taci e rimani immobile rosa tu nel mio pugno. Ti stringo,le spine mi feriscono. Comincio a sanguinare. Una carezza,poi rimango solo su una panchina esanime. Nessuno a consolarmi,se non i mille pezzi del mio cuore che una folata di vento porterà via. Da allora sono passati quattro anni,ma non c’è stato modo di ritrovarli,se non per pochi istanti. Quelli che bastano alla mia mente per tornare indietro e nel tentativo di cancellarti,darti nuovamente la forza di scomporli. Eppure basterebbe solo dimenticare. Dimenticare il giorno in cui le mie lacrime e le tue bugie si perdevano tra quelle del cielo. Tra quello spazio infinito che mi divideva da un sole mai così indifferente e bugiardo. Eppure basterebbe solo dimenticare….
fonte: thelegendkiller89.spaces.live.com » Vai al post originale